www.cresmedaily.it - Newsletter di economia del CRESME a cura di Giorgio Santilli

Newsletter di economia del CRESME a cura di Giorgio Santilli

Salari reali in Italia: -8,7% in 15 anni. Ripresa nel 2024, ma il potere d’acquisto resta lontano

Secondo il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’Italia è il Paese del G20 a economia avanzata che ha perso di più in termini di retribuzioni reali. Inflazione, produttività stagnante e scarsa copertura salariale hanno inciso profondamente sui redditi da lavoro.

Una perdita lenta ma costante

Dal 2008 al 2023, i salari reali in Italia si sono ridotti complessivamente dell’8,7%, un dato che colloca il Paese all’ultimo posto tra le economie avanzate del G20. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari 2024–2025 pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Il calo italiano supera quello registrato in Giappone (-6,3%), in Spagna (-4,5%) e nel Regno Unito (-2,5%). In netto contrasto, la Corea del Sud ha visto aumentare i salari reali del 20% nello stesso arco temporale.

L’erosione del potere d’acquisto in Italia è stata particolarmente marcata tra il 2009 e il 2012, in seguito alla crisi finanziaria globale. A peggiorare la situazione, gli effetti della crisi inflazionistica post-pandemica, che ha colpito in modo più grave l’Italia nel biennio 2022–2023.

La timida inversione di tendenza del 2024

Nel 2024 si registra una parziale ripresa: i salari reali sono cresciuti del 2,3%, segnando un’inversione rispetto ai due anni precedenti, in cui si era registrata una contrazione del 3,3% (2022) e del 3,2% (2023).

Tuttavia, come evidenzia l’ILO, questo rimbalzo positivo non è sufficiente a colmare le perdite accumulate nel lungo periodo. La maggior parte dei lavoratori italiani continua a guadagnare meno, in termini reali, rispetto al 2008.

Inflazione e costo della vita: i fattori che amplificano la crisi

Uno dei fattori chiave che ha inciso negativamente sui salari reali è l’aumento dei prezzi al consumo. L’inflazione ha raggiunto il suo picco in Italia nel 2022, con un tasso dell’8,7%, in particolare a causa:

  • dell’aumento dei beni alimentari, che hanno segnato un +13,6% a novembre 2022;
  • dell’impennata dei costi per alloggi e utenze, alimentata dagli aumenti dell’energia.

Secondo il rapporto, le famiglie a basso reddito, che destinano gran parte del proprio reddito a queste due voci di spesa, sono le più colpite dalla perdita di potere d’acquisto.

L’ILO sottolinea che, anche nei Paesi europei con un salario minimo legale, molti adeguamenti non sono stati sufficienti a contrastare l’effetto inflattivo. In Italia, dove non esiste un salario minimo nazionale, i salari sono determinati dalla contrattazione collettiva, che non ha sempre garantito adeguamenti tempestivi o uniformi.

Produttività in affanno, ma in lieve ripresa

La produttività del lavoro, uno dei fattori che dovrebbe sostenere gli aumenti salariali, è rimasta stagnante in Italia per oltre due decenni. Tra il 1999 e il 2024, la produttività in Italia è diminuita del 3%, a fronte di un incremento del 30% nei Paesi ad alto reddito.

Solo a partire dal 2022, la produttività italiana ha iniziato a crescere più dei salari reali, invertendo la tendenza del passato. Tuttavia, il divario con le altre economie avanzate resta ampio, limitando la possibilità di aumenti strutturali delle retribuzioni.

Contrattazione collettiva e minimi salariali: tutela parziale

In assenza di un salario minimo legale, l’Italia si affida alla contrattazione collettiva nazionale. I dati ILO indicano che le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 15% in termini nominali negli ultimi dieci anni. Tuttavia, in termini reali si è registrata una perdita superiore al 5%, con un impatto particolarmente forte tra il 2021 e il 2022, durante la crisi inflattiva.

Il sistema dei minimi tabellari ha dunque garantito una copertura di base, ma non ha evitato il calo complessivo del potere d’acquisto, soprattutto per i lavoratori con retribuzioni più basse.

Disuguaglianze salariali: Italia stabile, ma con divari interni

Un dato positivo è rappresentato dalla relativamente bassa disuguaglianza salariale. Solo lo 0,9% dei lavoratori italiani guadagna meno del 50% del salario mediano orario, una percentuale tra le più basse tra i Paesi ad alto reddito.

Tuttavia, la disuguaglianza tra le fasce alte e basse della distribuzione salariale è aumentata. In particolare:

  • Il salario al 90° percentile (D9) è il doppio del mediano.
  • Il salario mediano è il 50% più alto rispetto a quello al 10° percentile (D1).

Le disuguaglianze sono anche di genere: le donne costituiscono il 52% dei lavoratori con salari bassi, pur rappresentando il 43% della forza lavoro dipendente. Il divario salariale ponderato tra uomini e donne è pari al 9,3%, tra i più bassi nell’UE, ma ancora presente.

Inoltre, i lavoratori migranti in Italia percepiscono salari orari medi inferiori del 26,3% rispetto ai lavoratori nazionali, un dato in crescita rispetto al 2006.

Conclusione

Il rapporto ILO offre un’analisi dettagliata e documentata di un lungo processo di impoverimento salariale in Italia. Se da un lato il Paese presenta un livello contenuto di disuguaglianza salariale rispetto alla media europea, dall’altro ha subito una progressiva erosione del potere d’acquisto, dovuta a una combinazione di fattori: inflazione, stagnazione della produttività e mancanza di meccanismi di adeguamento salariale sufficienti.

La crescita registrata nel 2024 è un segnale positivo, ma non ancora risolutivo. Il divario accumulato rispetto al 2008 rimane ampio, e pone interrogativi sulla sostenibilità sociale di un mercato del lavoro che fatica a garantire salari dignitosi.

Fonte: Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), Rapporto mondiale sui salari 2024–2025 – Nota Italia

Enrico Campanelli

Laureato in Architettura con indirizzo Urbanistico, dal 1997 svolge attività di ricerca presso il CRESME, occupandosi in particolare della realizzazione di studi ed analisi di supporto alla pianificazione urbanistica e territoriale (scenari demografici e dimensionamento della domanda residenziale e non residenziale), collaborando, tra gli altri, al processo pianificatorio di Roma, Milano e Napoli. È l’ideatore ed il responsabile del sistema informativo e previsionale demografico DemoSI-CRESME, strumento di base per numerosi studi e ricerche dell’Istituto.