Tra il 2019 e il 2021 il cratere attraversa il punto più critico. In quegli anni la dinamica demografica è fortemente negativa e il differenziale rispetto ai comuni comparabili raggiunge valori molto elevati, dell’ordine di –0,30 / –0,35. In termini concreti significa che, a parità di caratteristiche strutturali, i comuni del cratere perdono popolazione a un ritmo più che doppio rispetto ai territori di confronto. È l’effetto combinato dello shock sismico, dei ritardi nella ricostruzione e della perdita di attrattività residenziale.
A partire dal 2022 il quadro inizia a cambiare. Il peggioramento si arresta e lo scarto comincia lentamente a ridursi. Nel corso del 2023 il differenziale si colloca attorno a –0,20, nel 2024 scende verso –0,15, fino ad arrivare nei mesi più recenti su valori prossimi a –0,10. Il cratere continua a perdere popolazione, ma molto meno di prima e, soprattutto, molto meno in eccesso rispetto ai comuni simili non colpiti.
Questo passaggio è cruciale per interpretare correttamente la fase attuale. Non c’è stata alcuna inversione di tendenza: la dinamica resta negativa. Tuttavia, la distanza che si era aperta dopo il terremoto si sta progressivamente riducendo. Il dato rilevante non è il livello, ma la traiettoria. Dopo anni di divergenza, il cratere entra in una fase di convergenza relativa.
Il motore di questo aggiustamento non è il movimento naturale, che resta strutturalmente negativo a causa dell’invecchiamento e della bassa natalità. La componente decisiva è la migrazione interna. Le famiglie continuano a uscire, ma con un’intensità minore rispetto al passato. In alcune aree, in particolare quelle mediamente colpite dal sisma, le perdite migratorie si sono quasi allineate a quelle dei territori di confronto, segnalando un recupero parziale dell’attrattività residenziale.
Anche le migrazioni dall’estero contribuiscono a contenere il declino, con saldi positivi che negli ultimi anni superano in media +3 / +4 per mille. Questo contributo è importante ma non sufficiente a ribaltare il quadro: agisce come fattore di compensazione, non come leva di rilancio strutturale.
Il risultato finale è una popolazione che continua a diminuire, ma a un ritmo più lento. Nei territori meno e mediamente colpiti la perdita annua recente si colloca ormai sotto –0,3%, mentre resta più elevata nelle aree a danno alto. È una dinamica coerente con i tempi lunghi della demografia: prima migliorano i flussi, poi – eventualmente – gli stock.
Il messaggio che emerge è chiaro, le politiche di ricostruzione stanno funzionando nel ridurre l’emorragia, non nel creare nuova crescita. Il declino non è stato invertito, ma è stato rallentato. In un contesto di aree interne già fragili prima del sisma, questo risultato è tutt’altro che banale. Ma non può essere scambiato per una rinascita.
Se il processo di convergenza si interrompesse ora, il cratere rischierebbe di stabilizzarsi su un nuovo equilibrio più basso. Se invece verrà sostenuto nel tempo, il rallentamento del declino può diventare la base minima per una tenuta demografica di medio periodo. I dati dicono che la caduta è finita. Non dicono, ancora, che la risalita sia cominciata.

