Per inquadrare correttamente l’evoluzione recente è utile partire dalla serie storica lunga. Dopo la forte crescita del secondo dopoguerra, da 47 milioni di abitanti a 57 milioni, a partire dagli anni Ottanta la popolazione italiana entra in una fase di sostanziale stabilizzazione. Per circa vent’anni il numero di residenti oscilla intorno a valori relativamente costanti, riflettendo un equilibrio fragile tra una natalità già in calo e il progressivo allungamento della speranza di vita. Questo equilibrio si rompe nei primi anni Duemila, quando la popolazione residente torna a crescere in modo sostenuto, tra il 2001 e il 2013 l’Italia passa da 57 milioni a circa 60,34 milioni di abitanti, raggiungendo il massimo storico proprio nel 2013.
Popolazione residente complessiva in Italia

Fonte: elaborazioni CRESME su dati ISTAT
Questa crescita, tuttavia, non è stata alimentata da una dinamica demografica interna. Già in quegli anni il saldo naturale era prossimo allo zero e poi rapidamente negativo. L’incremento della popolazione complessiva è infatti da attribuire ai flussi migratori dall’estero. In assenza di immigrazione, la popolazione residente avrebbe iniziato a diminuire con almeno un decennio di anticipo rispetto a quanto osservato nei dati complessivi.
La fragilità di quella crescita emerge chiaramente osservando la dinamica della popolazione residente di cittadinanza italiana. Il numero dei residenti italiani raggiunge il massimo nel 2008, con 55,861 milioni, e da quel momento inizia una riduzione continua. Nel 2024 i residenti italiani scendono a 53,766 milioni, con una perdita netta di 2,095 milioni di unità in sedici anni. Si tratta di una contrazione ampia, che riflette un saldo naturale fortemente negativo, determinato da livelli di fecondità persistentemente bassi e da una struttura per età sempre più sbilanciata verso le classi anziane.
Anche questo dato, però, tende a sottostimare la reale portata del declino. Nel periodo considerato, infatti, le acquisizioni di cittadinanza italiana da parte di residenti stranieri hanno superato i 2 milioni di casi. Dal punto di vista statistico queste persone entrano a far parte della popolazione italiana, compensando in parte le perdite dovute alla dinamica naturale. Se si considerasse la popolazione italiana al netto dei cambi di cittadinanza, il ridimensionamento sarebbe ancora più marcato, la riduzione complessiva arriverebbe a circa 4,3 milioni di unità. In altri termini, una parte rilevante della “tenuta numerica” della popolazione italiana è il risultato di un passaggio giuridico.
Acquisizioni di cittadinanza italiana da parte di stranieri (valori in migliaia)

Fonte: elaborazioni CRESME su dati ISTAT
A peggiorare il quadro demografico contribuisce anche il bilancio migratorio con l’estero dei residenti italiani che dal 2012 diventa negativo iniziando a peggiorare molto rapidamente. Tra il 2012 e il 2018 la perdita netta di popolazione italiana per effetto dei trasferimenti all’estero cresce in modo continuo, raggiungendo i valori più elevati alla fine del decennio. Negli anni successivi il disavanzo si riduce, arrivando quasi al pareggio, ma si tratta di una fase temporanea. Dal 2022 il saldo torna a peggiorare con decisione e nel 2024 raggiunge un valore particolarmente critico, circa 82.600 italiani in meno in un solo anno. Tra il 2012 ed il 2024 si registrano circa 1,551 milioni di cancellazioni verso l’estero a fronte di 763 mila iscrizioni, con una perdita netta di circa 787 mila cittadini italiani, ed aggiungendosi al saldo naturale negativo contribuisce in modo significativo ad accelerare il declino demografico in atto.
Bilancio migratorio con l’estero dei residenti italiani

Fonte: elaborazioni CRESME su dati ISTAT
Non si tratta di flussi casuali. Le evidenze disponibili indicano che una quota rilevante degli italiani che lasciano il Paese è composta da giovani e adulti in età attiva, spesso con livelli di istruzione medio-alti o comunque con un potenziale di qualificazione elevato. Le motivazioni sono in larga misura riconducibili alla ricerca di opportunità occupazionali più stabili, retribuzioni più elevate, percorsi di carriera più rapidi e a un maggiore riconoscimento delle competenze. In questo senso, il saldo migratorio negativo degli italiani rappresenta un indicatore indiretto delle difficoltà strutturali del mercato del lavoro e del sistema produttivo nazionale.
Nel complesso, i dati censuari al 31 dicembre 2024 restituiscono un quadro coerente: la crescita della popolazione osservata nei primi anni Duemila è stata interamente sostenuta dall’immigrazione; la popolazione italiana è in declino strutturale da oltre quindici anni; le acquisizioni di cittadinanza attenuano solo statisticamente la perdita; il saldo migratorio degli italiani con l’estero aggrava ulteriormente il quadro, sottraendo al Paese una parte significativa della popolazione giovane e attiva.
Il rischio che emerge con chiarezza dai numeri è quello di una dinamica squilibrata, perdita di capitale umano qualificato attraverso l’emigrazione e compensazione numerica affidata prevalentemente all’immigrazione in entrata, spesso assorbita nei segmenti più deboli del mercato del lavoro. Non è una traiettoria inevitabile, ma è quella che i dati descrivono oggi. Il censimento al 31 dicembre 2024 non fotografa solo quante persone vivono in Italia, misura, in modo sempre più esplicito, l’incapacità del Paese di trattenere popolazione, competenze e prospettive di lungo periodo.

